Lo studio di Ennio Zangheri, sul Porto Canale, è immerso nella luce, una luce canforata, trapuntata di riflessi pervinca, gli stessi che accompagnano le nostalgiche vele mentre si increspano le acque al tramontar del sole. Le valigie sembrano nature morte, mentre il casco della motocicletta in attesa di prossime fughe è momentaneamente posato sui libri, tra le ordinate scansie moderne, la musica impera, come imperano le grandi tele dei quadri ad olio, a raffigurare “ritratti che hanno trovato l’autore” come afferma il pittore stesso, personaggi riminesi famosi, come Federico Fellini o Sergio Zavoli, figure rappresentative della memoria cittadina, o compagni d’avventura che attraverso il pennello vengono eternati. L’intento di realizzare i ritratti nasce anni fa da un’idea del compianto amico Gianni Fabbri. Ennio decide ora di dare volto a quei rappresentanti di una storia che da microcosmo si fa portatrice di un macrocosmo, realizzando il progetto nel periodo più intimistico dell’anno, per amplificare lo spessore spirituale di questa esposizione artistica. Evento emblematico per il suo autore, un trampolino di lancio per scandagliare itinerari futuri, viaggi nei meandri dei ricordi, che si fanno via via da intimi a collettivi e viceversa. I soggetti dipinti diventano compagni di vita, in una sorta di mappa geografica della mente, del vissuto che ritorna e si fa contemporaneo, attualità. Osservando queste tele accatastate i nostri occhi schiudono volti dalle mille sfaccettature, accendono ricordi e momenti imprevedibili. La riflessione sul mondo contemporaneo attraverso l’analisi pittorica si fa antropologica, sociologica, ritraendo “Gruppi di famiglia in un interno”: madri e infanti, spadaccini con la lancia in resta o la storica “Camera degli sposi” del Mantenga, interpretata da Zangheri in chiave ironica, pitta nei rarefatti, stinti e carteggiati scorci, per evocare secoli e scardinarli, rappresentando la summa dell’eclettismo e della pompa della corte proclive al massimo splendore. Sono piccole gemme uscite da uno scrigno di colori acrilici e misti, che sciorinano malte in cui pare sia solo il pigmento a configurare una silhouette, mentre radiazioni elettriche eseguono contorni seghettati, che evidenziano un disegno, controfigura che si fa doppio e maschera. Una maschera che è come un totem primitivo, nasconde la vera natura in un gioco di specchi e di ambiguità. I colori sfumano nel collage in una combinazione che rapida iscrive trasposizioni interpretative sorprese dai colpi della pennellata chagalliana che per nulla si cristallizza, attuando percezioni sensoriali, mentre i corpi avvincono a morfologie d’anonimato sociale che edulcora il presente drammatico, svuota la coscienza e dissolve, come vuoti contenitori, l’introspettiva speculazione dei sentimenti. Le pareti si animano di metafore, d’ironia, e la solitudine dell’incomunicabilità affettiva serra l’uomo moderno nelle spire diaboliche di una spersonalizzazione. Il commercio dei corpi si sfianca davanti ai riflettori, in un miraggio controluce di paleontologia edonista. Corpi ginnici e solari consumano frettolosamente il tempo dell’estasi primordiale in una sublimazione rapportata al desiderio tradito, alla violazione materiale di quello sguardo riflesso in un labile gioco di specchi, deforme, ma la realtà non è solo materia e sensuale aplomb di derivazione baconiana; prima del naufragio narcisista le presenze dialogano assai col loro doppio, in una scanzonata, beffarda e grottesca ipotesi di rivincita collegata a feticci e fonemi, a parole accorate su gherigli acrilici per braccare e testimoniare, reduci da un tempo di privazioni, di dolore fisico, ripreso come liberazione da un fuoco interiore che scava in profondità come valore filosofico, come grammatica descrittiva di un proprio stato d’animo coatto. Ritratto è vocabolo che presiede a tanti significati per lasciare impronte che appaiono come mappe di un tesoro tribale, ove la luce interfaccia, spara salve, mentre dai bistrot, dai bar, dai caffé e dalle osterie, si lanciano rarefatte giostre di individui difformi in un linguaggio teso a selvagge coesioni, nel teatro oppressivo-espressivo. I sensi e le sensazioni, sfuggono negli orgasmi metropolitani, in una sinfonia di corpi, accalcati, trasparendo nelle rughe dei volti, incollando lo spettatore agli interludi e alle indeterminatezze ineludibili nel racconto della “Commedia umana”, alla Balzac, quella in cui riconoscersi è gioco destabilizzante di primi piani, di sequenze di inganni, ma è anche la dimensione attraverso cui si può plasmar con creta, colore e forgia, un ideale romantico capace di inventarsi stati d’animo impressi in una sconfessione ironica e comica, affinché la tribù assolutamente fotogenica, divenga non già raffigurazione vetrinistica, ma corpo scolpito, volto reinterpretato come “santo, pirata, artista o musicista” secondo la strofa di una canzone di Georges Moustaki, che circolava nei discordanti anni ‘70, che ora giunge a noi per riallacciarci ad un senso di libertà perduto nelle pieghe di quelle vite spezzate, in quelle ore dissipate di dubbi, impressi sotto le tomaie rimbaudiane, mentre refola il salgemma negli occhi a spigolare semi di cultura esistenzialista. |
